Re Niliu

Narra una leggenda, che un tempo a Tiriolo visse un Re di nome Nilio (o Niliu), al cui nome ancora oggi si richiama una grotta dritta a cunicolo, che dal centro del crinale si perde nelle viscere del Monte Tiriolo.

 

Versione 1

Le caverne e le grotte della Calabria hanno accolto santi ed eremiti, draghi e serpenti magici custodi di antichi tesori che gli dei degli inferi avevano nascosto nelle viscere della terra, ma in un antro della montagna di Tiriolo è imprigionato da secoli un uomo condannato, come Prometeo, a pagare per un peccato d’orgoglio.

Re Nilio era un condottiero coraggioso di antica stirpe, la sua vita era fatta di nobili ideali e governava con profondo senso di giustizia.

Ma il tempo cambia le cose e gli uomini e Re Nilio cominciò a cambiare il suo animo, a diventare arrogante coi deboli e orgoglioso verso Dio.

Ben presto il Re non fu più lo stesso e mentre prima cavalcava fra i suoi possedimenti benedetto dagli uomini e dalle cose, accadde che poi persino il sole si nascondesse per non incontrarlo.

Fu così che si compì il sortilegio; forse per pagare le sue colpe, forse perché una maledizione lo colpì, Re Nilio divenne un demone della terra e fu condannato a non stare più fra i suoi simili e a non godere più della luce degli astri; un’oscura forza lo rapì e lo chiuse per sempre nel cuore della montagna.

Non più uomo, ma demone, Re Nilio era condannato all’immortalità nella sofferenza.

Sepolto come un morto, ma vivo per l’eternità fa sentire le sua urla e i suoi lamenti dall’antro buio della sua prigione: si dice che ancora oggi alcune notti si possa udire la sua voce disperata maledire Dio e la Fortuna.

 

Versione 2

Una volta sulla cima del monte di Tiriolo c’era un grande castello dove abitavano un re e una regina, che avevano un figlio che si chiamava Nilo (“Niliu” della mitica popolazione dei Feaci, narrata da Omero nell’Odissea, che secondo la tradizione abitava nella zona).

Quando questo figlio crebbe e si fece grande, s’innamorò di una bella figliola e se la voleva sposare. Il re e la regina non volevano, perché la ragazza era povera.

Un bel giorno il principe scappò con la ragazza. Allora la regina lo maledì e così gli disse: “Possa tu scioglierti come cera, non appena ti colpisca un raggio di sole!”.

Allora Nilo, per evitare che lo colpisse il sole, si chiuse in una camera senza finestre per stare sempre al buio.

La ragazza, che nel frattempo aveva avuto un bambino, venne rinchiusa in una grotta vicino al mare.

Ma Nilo non si scoraggiava, e allora dal palazzo scavò una grotta che sbucava al fiume Corace (vicino al mare). Di notte andava così a trovare la moglie e poteva stare col bambino; ma appena cantava il gallo ritornava ad infilarsi nella grotta affinchè non lo colpisse il sole. Faceva sempre così.

Ogni volta che andava a trovare il bambino per farlo dormire gli cantava una ninna nanna, così:

Duarmi duarmi gran ninnulu miu ca è venutu lu tata toi, mu ti porta lu vatticundeu,
duormi duormi gran ninnulu miu, e si mai li gaddri cantasseru, e si mai le campane sonasseru iu sempre stapera ccu ttia,
duormi duormi gran ninnulu miu”.

Traduzione: “Dormi dormi gran gioiellino mio che è venuto il papà tuo, per portarti un giocattolino dormi dormi gran gioiellino mio, e se i galli mai cantassero, e se le campane mai suonassero, io starei sempre con te, dormi dormi gran gioiellino mio.”

Le fate che stavano nella grotta lo stavano sempre a sentire, e una notte per fargli un piacere, tanto che lo vedevano attaccato al figlio, non fecero più cantare i galli né suonare le campane. Quando il sole era già alto quel poveretto se ne accorse, e incominciò a disperarsi.

Nilo aveva con sé un servo fedele che l’accompagnava sempre passo passo. Mentre ritornavano verso la grotta, Nilo si scioglieva come la cera.

Il servo, allora, da dietro gli diceva: “Padrone, a chi li lasci i soldi? Padrone, a chi li lasci i soldi?” Re Nilo gli rispondeva: “A te, a te”.

Lungo la strada il servo insisteva. Ma di colpo Nilo si arrabbiò e gli disse: “Tu vedi che mi sto sciogliendo e pensi a chi lascio i denari. E ora li lascio al diavolo, così impari!”.

E così i soldi restarono al diavolo che è incatenato nella grotta del monte e ne fece tre mucchi: uno di oro, uno di argento e uno di bronzo.

Ancora i denari sono là dentro e nessuno li può prendere.

L’incantesimo si può sciogliere, solo se uno ha il coraggio di ammazzare un innocente alla bocca della grotta e di togliergli il cuore e di darlo ad un cane. Solo così si potranno prendere il soldi.

 

Versione 3

Un mitico Re Nilio, al cui nome si richiama una grotta nel Monte Tiriolo, è il protagonista di una leggenda nella quale sono coinvolti una famiglia regale, una fanciulla bella ma povera, l'ingenuo servo e un gallo.

Erede al trono, Nilio si innamora di una bella fanciulla di origini popolane.

La famiglia, e in particolare la madre regina, si oppongono a questo amore, preferendo una discendenza aristocratica.

Nilio e la fanciulla scappano insieme, e dal suggello di questo amore nasce uno splendido bambino.

La madre regina lancia allora il suo anatema: "Come cera, Nilio si squaglierà ai raggi del sole, dopo il suo sorgere. Da quel momento, ogni alba della sua vita sarà scandita dal canto di un gallo, monito del finire del suo giorno”.

Costretto ad una vita di oscurità, Nilio riuscì a sopravvivere scavando un cunicolo sotterraneo fino alle viscere più profonde del monte Tiriolo.

Nilio quindi può incontrare la moglie e il figlio soltanto di notte nel lungo cunicolo che dalla cima del monte arriva fin sul mare, nei pressi della foce del Corace, dove nel frattempo aveva trovato riparo il resto della famiglia. Il giovane viene avvertito del sorgere del sole dal canto del gallo.

E così fu per tanti, molti anni... fino a quando le Fate decisero di annullare quel terribile incantesimo: “E del tempo fu sospeso il corso” cantarono all’unisono le Fate del monte. Era l’alba, e quel giorno fu ordinato al gallo di non cantare. Nilio sarebbe stato libero.

Nella fatidica alba, sorpreso dai raggi del sole, Nilio per vendetta, al servo fedele che chiede conto del lascito delle ricchezze, predice che avrebbe lasciato tutto al diavolo, il quale a sua volta, diviso il denaro in tre gruzzoli (d'oro, d'argento e di bronzo) lo nasconse nelle viscere del monte: “Per incantesimo diabolico sarà l’antro più profondo del Monte Tiriolo a custodire i miei beni d’oro, d’argento e bronzo”.

L'incantesimo, narra la leggenda in conclusione, si può solo rompere con il ricorso a pratica diabolica.

Da allora Nilio visse felice. Povero, ma felice con la sua sposa.

Da allora, sono ancora in tanti a sentire dall’antro la voce del Re, eletto a custode del monte.

Da allora, le olive di questi piani scoscesi amano cullarsi nella oscurità di una penombra che dura eterna.

 

Il Canto del Re Nilio

Riportiamo il "Canto do Re Niliu", in dialetto tiriolese, dove si immagina che Demodoco (cantore della Corte di Alcinoo) narra tale leggenda per allietare una delle serate trascorse da Ulisse nella terra di Tiriolo.

 

Mo vi cuntu do Re Niliu
chi ppe amure e na cotrara
allu sule si squagghiau cumu la cira.

  Chista è a storia do Re Niliu
  chi ppe amure e na cotrara
  allu sule si squagghiau cumu la cira.

Na vota c'era intra na reggia
allu munte e Tiriuelu
nu Re e na regina
chi avianu nu figghiu sulu.

  Chista è a storia do Re Niliu
  chi ppe amure e na cotrara
  allu sule si squagghiau cumu la cira.

Stu figghiu Niliu si chiamava
de beddhrizza a nu Diu assumigghiava.
Nu juernu na tiriolisa canusciu
beddra ma 'ncamata e sinde nnamurau.

  Chista è a storia do Re Niliu
  chi ppe amure e na cotrara
  allu sule si squagghiau cumu la cira.

A regina ppe a cotrara nun vulia.
Ma Niliu, nnamuratu, ull'ascultau
e a mamma mbelenata u smalediu.

Monte Tiriolo, Catanzaro, Calabria Il Monte Tiriolo

 

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